Una prima raccolta poetica, grezza e sonora. Stampata nel settembre '07 "Introduzione alle Città" è innanzitutto un tentativo: la scelta di fare un libretto da sé (grafiche di copertina, impaginazione e promozione comprese), di affrancarsi dalle odiose diciture contributo dell'autore e acquisto copie. Il brano "Introduzione alle Città" appare nell'antologia "Under29" di Poesia Festival 2006. Bugiardino per il libro è la Pre-Postfazione di Luca Dombré, che vi propongo con grande piacere di seguito.


Come i bambini non ancora parlanti esplorano e manifestano la meraviglia per il mondo attraverso il tatto e la bocca – con quella splendida insolenza che è testimone dell’abbagliante mistero della vita – così i versi di Introduzione alle Città rivelano un’incessante ricerca di senso attraverso i sensi. Più precisamente, questa raccolta è un percorso tra le suggestioni della materia nelle Città (…), un viaggio fatto di viaggi tra colori e consistenze senza cui la Città (intesa come entità generica che è insieme prodotto e produttore delle aggregazioni umane) non rivelerebbe anima né identità. Tutto – oggetti, architetture, asfalti, sudori, linguaggi coi loro accenti autoctoni – suggerisce una propria dinamica essenza che sembra andare a cercare la trascrizione dell’autore in quanto non mero trasmittente della sua personale percezione della realtà, bensì anche ricevente degli stimoli suggeriti da quelle “parti reali che hanno anch’esse un tatto autonomo, e che rispondono al tatto e al sentimento che noi abbiamo verso di loro”, come lui stesso afferma. Si direbbe una varietà di animismo, ma sarebbe esercizio alquanto sbrigativo catalogare questa ricerca poetica sotto una tanto facile etichetta. Poiché a scrutare meglio fra i versi, è come se questo dialogo si fosse instaurato accidentalmente, mentre l’occhio del poeta-viaggiatore era, in realtà, alla ricerca di rivelatori contatti umani. (…) Perché si diceva allora di un dialogo accidentale? Perché la voce della materia si svela e risuona nel contesto spesso disumanizzato delle Città contemporanee, se è vero che (soprav)viviamo nell’era del materialismo tecnologista che tutto spersonalizza. (…) Succede così che le costruzioni, le strade, gli oggetti inanimati rivelino un’inaspettata eloquenza che dice tanto dello spirito profondo di un posto. Ma in cosa consiste questa essenza? Certamente una Città possiede determinati odori e colori, un suo caratteristico mood generalmente percepibile e riconoscibile alla stessa maniera da tanti (sensazioni potenti nelle descrizioni turche di HL486 e IS110905). Pensare però che quella sostanza si riduca a tali manifestazioni concrete è altrettanto illusorio quanto la pretesa che descriverle in una guida turistica contenga tutto quel che c’è da sapere di quel posto. Può fornirne un accenno, certamente veritiero, ma ancor più verosimilmente parziale. Ciò che effettivamente rende la Città un’entità unica ed irriproducibile è il pensiero che essa comunica, “la sommatoria del sentimento che ognuno trae da essa e che ognuno di noi è capace di assorbire e rimettere in circolo”, usando sempre parole dell’autore. Per quanto presenze effimere che fluiscono non lasciando altra traccia di sé che il volatile ricordo di esservi passati, ognuno di noi contribuisce a determinare l’identità della Città con la propria volontà di cercarvi qualcosa. Quasi come se ogni pensiero srotolato durante l’esplorazione fosse un timbro impresso su una cartolina per sempre abbandonata entro i limiti del Codice di Avviamento Postale (ecco spiegati parecchi titoli numerici) da cui non l’abbiamo mai spedita. Così quell’umanità che pareva latitare, o quantomeno esser stata diversamente svilita, riemerge attraverso lampi di consapevolezza che una sensazione partorita in (e per opera di) un certo luogo ci svela tanto di esso, ma anche e soprattutto di noi stessi. Eppure quest’illuminazione dura un attimo, il tempo di percepire come l’incessante indagine della vita il più delle volte si risolva nella constatazione della propria inspiegabilità. (…)